Il modello Relazionale applicato alla Neurobiologia

La materia vivente, qualsiasi sia il livello strutturale considerato, necessita della relazione con l’ambiente per costruire la propria organizzazione”

                                                                                (Blundo, Ceccarelli, 2011)

 

La citazione riportata sopra si presta molto bene a sintetizzare il nucleo concettuale di un approccio alla neurobiologia e alla biologia in generale che possa essere considerato relazionale. È noto che i risultati del monumentale Progetto Genoma, che ha permesso di effettuare il sequenziamento del DNA e la comparazione dei genomi di specie diverse, ha messo in evidenza la presenza di una correlazione non lineare tra numeri di geni codificanti e complessità dell’organismo studiato. Sorprendentemente, lo stesso progetto ha rilevato una correlazione lineare tra DNA non codificante e complessità strutturale e funzionale degli organismi. Basta considerare che il DNA non codificante costituisce il 95% circa del genoma umano per comprendere la rilevanza di questa scoperta. Come è noto il DNA non codificante grazie all’interazione con i segnali chimico-fisci provenienti dall’ambiente esercita la sua funzione regolatrice del DNA codificante e quindi, detto in altri termini, è la relazione del corpo con il mondo a determinare quello che sarà lo sviluppo strutturale e funzionale dell’organismo. Già nell’ottocento il grande neurologo  John Hughlings Jackson formulava quelle che potrebbero essere definite le basi di un modello relazionale della neurobiologia. Nei primi anni trenta del Novecento Ey espose in maniera estremamente chiara i concetti cardine del pensiero Jacksoniano. Innanzitutto fu molto importante l’introduzione del fattore temporale in neurobiologia, che pose in evidenza come lo studio della filogenesi fosse necessario per comprendere l’evoluzione strutturale del cervello e come lo studio dell’ontogenesi fosse fondamentale per comprendere lo sviluppo delle funzioni nel corso della vita di un individuo. Nel considerare il fattore temporale risulta evidente anche il processo di integrazione delle diverse strutture cerebrali e delle relative funzioni che procede secondo una traiettoria che va “dal più organizzato al meno organizzato (dal più rigido al più plastico), dal più semplice al più complesso, dal più automatico al più volontario”. Il secondo concetto cardine rilevabile in Jackson è la struttura gerarchica strutturale e funzionale della mente. In quest’ottica possiamo individuare: 1)Le funzioni superiori, responsabili del comportamento volontario, che sono più complesse e meno organizzate; 2) Le funzioni inferiori, più organizzate, semplici e “rigide”, responsabili dei comportamenti automatici. Nonostante una certa sovrapposizione di questo modello gerarchico alla struttura ascendente del sistema nervoso centrale sia possibile, Jackson invitava a non effettuare una semplicistica localizzazione delle funzioni nelle strutture (in particolare ciò è ancora più vero per le funzioni superiori che risultano da una complessa integrazione di strutture cerebrali). Il terzo e ultimo concetto centrale in Jackson è la concezione dell’attività cerebrale come relazionale. In tal senso “la mente è considerata una proprietà della relazione che si instaura tra il corpo e il mondo”. Una concezione della mente di questo tipo è ad oggi supportata da un grande numero di studi (ad esempio gli studi sui Neuroni specchio di Rizzolatti) e trova inoltre dei rappresentanti di questa concezione della mente in grandi neurobiologi moderni come  Gerald Edelman e Antoni Damasio. In conclusione possiamo affermare con sicurezza che un modello relazionale della neurobiologia, come qui esposto, non può che essere alla base dell’approccio bio-psico-sociale che permea tutte le moderne teorie della mente e guida la più valida ed efficace pratica clinica.

 

Dott. Ferdinando Bortone

 

Fonte: Blundo C. (2011), Neuroscienze cliniche del comportamento, Elsevier, Milano